San Michele di Salvennor

La chiesa di San Michele di Salvennor, annessa all’omonima abbazia vallombrosana, sorge a circa 3 Km da Ploaghe lungo la statale 597 Sassari-Olbia nella vallata di Riu de Corte o Su Giardinu.
Cenni storici
Nella prima metà del XII secolo, durante il regno di Costantino I, si insediarono nel Logudoro i Vallombrosani. La politica dei giudici di Torres di avvicinamento alla Chiesa di Roma, risaliva ad un cinquantennio prima: dopo secoli di isolamento, la Sardegna per la prima volta si apriva ad esperienze esterne che in particolare si concretizzarono nella richiesta di monaci benedettini, fatta nel 1063 da Barisone di Torres all’abate Desiderio di Montecassino.[1]
L’incontro con questa nuova realtà portò all’acquisizione di vaste aree incolte ad attività economiche più redditizie mediante l’utilizzo di tecniche di produzione agricola, soprattutto la cerealicoltura, attuata con la bonifica delle paludi ed il recupero di vaste zone incolte.
La congregazione dei Vallombrosani era stata fondata nel 1036 da San Giovanni Gualberto con intenti di rinnovamento e di riforma del vecchio monachesimo e della Chiesa. L’arrivo di questi monaci nel Logudoro, e quindi nella curatoria di Figulinas, tuttavia non era dovuto ad un’iniziativa giudicale, anche se avvenne con il beneplacito del sovrano turritano che seguiva una politica favorevole a Pisa.
Nel 1127 i monaci di Vallombrosa erano entrati in possesso della chiesa di San Michele di Plaiano (curatoria di Romangia), che il giudice Mariano I, padre di Costantino, aveva fatto edificare e donato nel 1082 all’Opera di Santa Maria di Pisa. Questo Ente che amministrava i beni donati dai fedeli per finanziare la costruzione della Cattedrale di Pisa, cedette la chiesa di Plaiano con tutte le sue pertinenze, costituite da saltus, vigne, servi, ancelle e le quattro chiese dipendenti di Santa Maria di Sennor, S. Anastasia di Tissi, S. Eugenia di Musciano e S. Simplicio di Essala, prima al monastero Camaldolese di San Zenone di Pisa, poi ai Vallombrosani.[2]
Presso la chiesa venne quindi fatta edificare un’abbazia che in breve tempo assunse grande importanza.
Qualche anno prima del 1138 i Vallombrosani acquisirono anche l’abbazia di San Michele di Salvennor.
La chiesa di Salvennor venne fatta edificare, presumibilmente, dal giudice Mariano I tra il 1065 e il 1082,[3] ma non sappiamo quando e come passò ai Vallombrosani. Nel 1139, con bolla del 25 maggio, il papa Innocenzo II confermava ai Vallombrosani il possesso del monastero e della chiesa.[4] Qualche anno più tardi, nel 1153, il 22 novembre, il pontefice Anastasio IV prese sotto la sua protezione l’ordine di Vallombrosa, già ricco di oltre cinquantadue monasteri, fra i quali, in Sardegna, anche quello di San Michele di Salvennor.[5]
All’abbazia di Salvennor apparteneva il romitorio annesso alla chiesa di S. Maria di Seve o Cea, presso Banari, la quale, come quella di San Michele, aveva il privilegio di una porta santa.[6] A questo proposito, un documento scoperto dal Ciprario negli Archivi di Vallombrosa e pubblicato in Vaticano nel 1600, ci illustra il fastoso cerimoniale per l’apertura della porta Santa che avveniva ogni anno, per un mese, il 29 settembre, in occasione della festa di S. Michele Arcangelo.[7]
L’abate “indutus pluviali, mitra et baculo”, i preti, e i monaci precedevano il corteo. Venivano poi i majores de villa divisi in tre gruppi, e con diversi compiti. I majores di Ploaghe, di Bisarcio e di Chiaramonti muniti di un bastone dorato ornato da una mappa rossa da consegnare all’abate per l’apertura della porta santa; quelli di Salvennor e di Augustana porgevano un bastone argentato; infine quelli di Ardar, di Cotronjanu, di Carjeke, di Ficulinas, di Muros, di Novalja, di Othigeri, di Nuketu, di Nugulvi, di Puthu Majore, di Ithir e Cannetu, di Orsi, di Thigesi, di Vanar, di Siloke, di Sippula, di Villanova, di Bedas e di altre ville vicine, con sul petto una croce rossa, avevano l’incarico di assistere l’abate nel lavaggio delle mani. I monaci, assistevano la folla distribuendo cibo e ricoverando i malati in s’ispitale, ubicato vicino alla chiesa di S. Imbiricu presso monte Imbiligu, ove oggi è situata la stazione ferroviaria di Ploaghe.
Il patrimonio fondiario del monastero era vastissimo: oltre seimilacinquecento ettari. Comprendeva dei saltos in territorio della villa di Ploaghe, di Augustana, verso il Monte de Petru Corsu e Petras Rubias, in Salvennor, in campu de Lasari, nelle ville di Urieke e di Ficulinas. Possedeva poi domos in Billikennor, in Consedin, in Oruspe (presso Sennori), in Murusus e in Nurguso (presso Sassari), in Ostule e Ilvensa (in territorio di Nuketu), in Turricla (presso Padria), in Puthu Majore, in Trullas, in Othigeri e salinas in Nurra.[8]
Il monastero, inoltre, godeva di ampi privilegi concessi dal pontefice Innocenzo II con bolla del 25 maggio 1139, in particolare la facoltà di proibire a qualsiasi vescovo di poter celebrare nel loro tempio.[9]
Tuttavia, a partire dalla seconda metà del XIII secolo, la congregazione di Vallombrosa iniziò una lenta decadenza ascrivibile soprattutto alla caduta del giudicato di Torres (1259) ed alla difficile situazione politica che ne seguì, ma soprattutto alla definitiva affermazione dei catalano-aragonesi in tutta la Sardegna.
I Vallombrosani rimasero a Salvennor fino alla seconda metà del XIV secolo. L’ultimo abate dell’ordine di Vallombrosa fu nel 1403 D. Bartolomeo, priore di S. Michele di Plaiano. Nel 1584, il Fara, nella sua In Sardiniae de Chorographiam scriveva che l’abbazia di San Michele era ormai priva di monaci e semi distrutta.[10]
Nel 1587 ci fu un tentativo pontificio di far rientrare i Vallombrosani a Salvennor. Il papa Sisto V inviò in Sardegna il dotto abate Adriano Ciprario di Palestrina, già menzionato all’interno di questo studio a proposito della scoperta del manoscritto riguardante l’apertura della porta santa di San Michele, col titolo commendatario di abate di San Michele di Salvennor. Lo scopo della missione era quello di trarre dai redditi dell’antica abbazia il sostentamento per i suoi studi, ma in realtà, l’intento del pontefice era quello di far rientrare i monaci a Salvennor.
Qualche anno più tardi, il 4 ottobre 1599, lo stesso Ciprario, abate di San Michele di Salvennor, chiedeva al viceré di Sardegna la devoluzione al monastero di otto rasieri di sale e di otto lire ogni anno per le otto saline appartenenti alla Casa, e incamerate sin dal 1507.[11]
Struttura architettonica ed artistica
La chiesa, lunga 20 metri e larga 6, è costruita con pietre calcaree e vulcaniche bianche e nere.[12]
Ha pianta a croce commissa con transetto aperto in tre absidi semi-circolari, organismo simile a quello della chiesa di Saccargia. L’aula mononavata ha copertura in capriate di legno.
Nel corso del XIII secolo, in età romanica, fu ampiamente rimaneggiata: restaurata nei frontoni, nel prospetto, nelle archeggiature, fu ricostruito il portale dell’alta facciata decorata da archeggiature cieche e slanciata da lesene.
Si adottò la dicromia e l’uso di archetti pensili tagliati a doppia ghiera nei singoli blocchi.
Le maestranze sono da attribuire a quelle della tradizione lombardeggiante precedente a Buscheto, che a Pisa avevano dato vita al S. Piero a Grado e alla Santa Cristina,[13] e nel giudicato di Torres avevano operato nella ricostruzione delle chiese di Santa Maria di Tergu e di San Pietro di Bulzi, entrambe nella curatoria dell’Anglona.
La chiesa subì un ulteriore restauro nel 1912.
La parte posteriore risulta la meno manomessa: è caratterizzata da tre absidi decorate da lesene e archetti.

Del campanile a fasce dicrome si conserva solo la base, adattata a cappella del transetto.
In periodo medioevale, nel lato sinistro della navata vi era una Porta Santa che si apriva il 29 settembre di ogni anno, per un mese, in occasione della festa di San Michele Arcangelo. La chiesa, incorporata nel monastero, comunicava con quest’ultimo per mezzo di un largo porticato con volte a crociera attualmente ridotto a rudere.
Esisteva anche un fabbricato rotondo denominato sa Turrita, edificio usato per sorvegliare le terre coltivate[14]
Al tempo dello studioso Giovanni Spano, nella chiesa vi era un altare barocco di legno dorato con sopra la statua lignea di San Michele.
Attualmente la statua, dopo essere stata restaurata è custodita nella casa rettorale di Ploaghe, mentre l’altare è stato sostituito da un altro, basilicale, costruito con un masso trachitico proveniente dalle cave di Ploaghe.
[1] Cfr. E. BESTA, La Sardegna medievale, I-II, Palermo, 1909, I, pp. 75 e sgg.
[2] Cfr. G. ZANETTI, I Vallombrosani in Sardegna, Sassari, 1968, p. 15.
[3] Cfr. G. F. FARA, In Sardiniae Chorographiam, in J. F. FARAE, Opera, I-III, a cura di Enzo Cadoni, Sassari, 1992, vol. I, p. 172.
[4] Cfr. G. ZANETTI, I Vallombrosani in Sardegna, op. cit., p. 33.
[5] Cfr. P. TOLA, Codex Diplomaticus Sardiniae, “Historiae Patriae Monumenta” X, 2 voll., Augustae Taurinarum, MDCCCLXI- MDCCCLXVIII, I, doc. LXII, p. 219.
[6] Cfr. G. ZANETTI, I Vallombrosani in Sardegna, op. cit., p. 89, n. 8.
[7] Cfr. ASMBSs, Memorie del P. Antonio Sisco, vol. II. Preces decantandae et caeremoniae observandae aperiendo portam sanctam ecclesiae Sancti Michaelis de Salvenere in dedicatione eiusdem die 29 mensis septembris, Romae, apud Guillielmum Facciottum M.DC, in NUVOLI, F., ZICHI, G., Porte Sante nelle chiese delle sedi monastiche del Logudoro, Sassari, 2000, pp. 59-64.
[8] Cfr. R. DI TUCCI (a cura), Il Condaghe di S. Michele di Salvennor, in “A. S. S.”, VIII, 1912, pp. 247-337.
[9] Cfr. G. ZANETTI, I Vallombrosani in Sardegna, op. cit., p. 35, n.5.
[10] Cfr. G. F. FARA, In Sardiniae de Chorographiam, op. cit., vol. I, p. 172.
[11] Cfr. R. DI TUCCI (a cura), Il Condaghe di S. Michele di Salvennor, op. cit., p. 337.
[12] Cfr. G. SPANO, Chiesa e Badia di San Michele di Salvennero, in Bullettino Archeologico Sardo, n. 8, Anno IV, agosto 1858.
[13] Cfr. R. DELOGU, L’architettura del medioevo in Sardegna, Sassari, 1988, pp. 79-81.
[14] Cfr. G. SPANO, Chiesa e Badia di San Michele di Salvennero, op. cit.