Il villaggio medioevale di Salvennor e le sue chiese
L’origine del toponimo probabilmente è paleosarda. Sono testimoniati almeno altri quattro centri nel giudicato di Torres con lo stesso suffisso: Lesegannor e Billikennor (curatoria di Anglona), Thilikennor (presso Osilo), Billikennor (curatoria di Coros).
Il villaggio compare nelle fonti, per la prima volta, in un documento del 1113 all’interno del Codex Diplomaticus Sardiniae del Tola: con atto trascritto a SALBENNOR, il 13 settembre, Costantino I de Lacon e sua moglie Marcusa de Gunale ordinano che le chiese di S. Maria e di S. Nicolò de Soliu vengano unite in una unica pievania.[1]

Il poleonimo ricompare poi nel 1193 in un elenco di arcivescovadi, vescovadi, giudicati, chiese e monasteri in Sardegna, sottoposti al pagamento di un canone annuo alla Chiesa Romana. Il priore di SALVENERO doveva pagare una libbra d’argento.[2]
Nel corso dei secoli XII-XIII, la località viene ricordata in cinque schede del Condaghe del monastero femminile di San Pietro di Silki,[3] e più volte nel Condaghe di San Michele di Salvennor, documento pervenutoci in una traduzione castigliana del seicento, condotta sicuramente su manoscritti originali in lingua sarda, sincronici agli abati che provvidero alla loro redazione. Più recentemente, nell’Archivio Storico di Madrid è stato rinvenuto un frammento del condaghe originale in sardo.[4]
Veniamo così a conoscenza che Mariane de Thori donò la sua domo de Salvennor con corte, terre, vigne, uomini, saltos e tutto ciò che possedeva.[5]
Dalla lettura del documento si intravede che accanto ad una struttura economico-sociale dello stato, articolata in curatorie e ville, ne esisteva un’altra (laica o ecclesiastica) organizzata in curtes, curias, in questo caso domos, inserite nei grandi latifondi e abitate da famiglie di servi. In effetti, nella domo vivevano quanti erano impegnati nei lavori agricoli o nell’allevamento del bestiame, generalmente servi. Questi servi, legati al fondo in cui vivevano, venivano venduti, ceduti, rivendicati soprattutto dal punto di vista del lavoro da loro svolto. Sono numerose le schede nel condaghe di S. Michele di Salvennor che testimoniano ciò: . . . . y si tenia hijos la mitad de toda su casa de Salvenor, de hombres y tierras y de viñas, de saltos. . . . . . .[6]
Interessante è anche la descrizione topografica dei numerosi possedimenti: Comporaili a Gosantine de Kerki. . . . . . su saltu suo dessu musuleu d’Othila, . . . . . termen d’ecustu saltu: dave sa ficu de scu. Migali de Salvennor, et essit derettu tottuebe bia appa Andria, e ffalatinke tottube bia maiore,. . . . e torrat totuve sa pala assa corona dessa carica[7], . . . . . . .
Il villaggio di Salvennor è poi nuovamente documentato nel 1342 e nei successivi anni 1346-50, con grafie diverse, all’interno delle Rationes Decimarum.[8]
Il sette settembre 1342, G. de Opia, canonico di SALVENE, versò un tributo di tre libbre e dieci soldi. Negli anni 1346-50, è l’abate di SALVENNOR ad effettuare un versamento del valore di dodici libbre e dodici soldi. Sempre negli stessi anni è il rettore e canonico di SALVENNOR Guillelmo che si incarica di elargire il pagamento: il trenta agosto, due libbre e due soldi; il giorno ventitrè, non è specificato di quale mese, una libbra e diciotto soldi; il ventisei luglio una libbra e sei denari.
Ancora, nel mese successivo, il dodici agosto, è l’abate di SALVENNOR Barnaba ad effettuare il versamento di diciotto libbre. Infine furono elargiti altri due pagamenti, di una libbra per la chiesa di SALVENOR, e di tre libbre per l’abbazia di SALVENOR.
Alcuni anni dopo, il 23 gennaio 1355, l’abate di SALVENNOR venne convocato, come esponente del Braccio Ecclesiastico, al parlamento celebrato a Cagliari da Pietro IV d’Aragona.[9]
Più tardi, il nostro centro è presente all’interno di un documento (una traduzione catalana di un manoscritto conservato nell’Archivio del Castello di Cagliari che conteneva una descrizione pisana, posteriore al 1320, dove si dichiaravano le rendite delle ville sarde, in denaro, frumento e orzo), fatto stilare nel 1358 dal re Pietro IV d’Aragona per computare le rendite di tutte le ville, i luoghi e i castelli della Sardegna. Ebbene nella curatoria di Figulinas, accanto ai centri di Ploaghe, Noraylla, Seve, Briave, castello di Figuolinas, Cotroniano sus, Cotroniano josso, Bodo, Cargegue, Encontra e Mura è presente anche SALVENNOR che dichiarava di aver sedici uomini soggetti all’imposta, ventidue capaci alle armi e di rendere tre lire.[10]
Verso la fine dello stesso secolo, nel 1388, i rappresentanti del villaggio parteciparono alle trattative della pace tra la Corona d’Aragona ed il giudicato di Arborea. Essi erano il majore della villa Thomasio Seche, Leonardo Pinna, Antonio Tolla, Andrea Solina, Petro de Vare, Gantino Murgia e Gantino de Flumen.[11]
Dati fiscali su Salvennor sono registrati nel 1415. In quell’anno il nostro villaggio contava dieci fuochi.[12]
Il 16 novembre 1420 Salvennero, con Ploaghe e Figulinas, venne dato in feudo da Don Alfonso V, re d’Aragona, a Serafino de Montanians, notaio sassarese, come ricompensa per i servizi prestati alla Corona.[13]

Dopo questa data, nessun’altra fonte medioevale cita il centro.
In epoca moderna, nell’elenco dei donativi del 1632 risulta che SALVENERO doveva una somma di 69,7 lire.[14]
Qualche anno più tardi, in un testamento stipulato a Sassari nel 1654 e conservato nell’Archivio Parrocchiale di Ploaghe, è dato conoscere la situazione che si viveva a Salvennor. Il dottor Madau, ploaghese e rettore di Salvennor non poteva pagare al dottor Accorrà, precedente rettore del centro trasferitosi a Siligo, la somma annua di duecento lire. Il motivo dell’insolvenza addotto dal Madau: . . . . per la molta baxa han dat tots els beneficis per rahò del contagi suscedit i que ab tant rigor te afligit aquest present cap de Sasser i Logudor i en particular la dicta villa . . . . Quindi il villaggio iniziava a risentire degli effetti disastrosi dell’epidemia che dilagava nel capo di Sassari e nel Logudoro.
Ulteriore conferma della penosa situazione vissuta a Salvennor in quegli anni è contenuta in un passo di una missiva spedita dal Marchese di Laconi, barone di Ploaghe, al suo delegato in Ploaghe, il 23 settembre 1658. Il nobile affermava di aver smarrito la richiesta di esenzione dal pagamento delle tasse dei vassalli di Salvennor, pertanto pretendeva la riformulazione della petizione, e si riservava di valutarne l’importanza e, soprattutto, pretendeva essere informato dell’entità delle somme pagate dai suoi sottoposti.
Nel 1698 sono registrati altri dati fiscali. Il villaggio aveva 17 fuochi, 35 maschi e 37 femmine per un totale di 72 abitanti. Nel 1728 si intravede un calo demografico: 25 fuochi, ovvero 69 abitanti. Per finire, nel censimento del 1751 Salvennor risultava completamente disabitato.[15]
[1] Cfr. P. TOLA, Codex Diplomaticus Sardiniae, “Historiae Patriae Monumenta”, X, 2 voll., Augustae Taurinorum, MDCCCLXI-MDCCCLXVIII, I, sec. XII, doc. XV, pp. 187-188.
[2] Cfr. P. TOLA, Codex Diplomaticus Sardiniae, op. cit., I, sec. XII, doc. CXLII, p. 278.
[3] Cfr. G. BONAZZI (a cura), IL condaghe di S. Pietro di Silki, Sassari-Cagliari, 1900, doc. 38, pp. 13-14; doc. 192, p. 46; doc. 290, pp. 67-68; doc. 291, p. 68; doc. 312, p. 73.
[4] Cfr. A. JAVIERRE MUR, Cerdena en el archivo de la casa de Osuna, in “A.S.S.”, vol. XXV, fasc. 1-2, 1957, p. 187.
[5] Cfr. G. BONAZZI, Il condaghe di S. Pietro di Silki, op. cit., doc. 192, p. 46.
[6] Cfr. R. DI TUCCI, Il condaghe di San Michele di Salvennor, op. cit., doc. 242, p. 311.
[7] Cfr. G. BONAZZI, Il condaghe di S. Pietro di Silki, op. cit., doc. 312, p. 73.
[8] Cfr. P. SELLA, Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Sardinia, Città del Vaticano, 1945, doc. 897, p. 97; doc. 1688, p. 163; doc. 1723, p. 166; doc. 1756, p. 170; doc. 2250, p. 199; doc. 2289, p. 202; doc. 2517, p. 215; doc. 2518, p. 215; doc. 2662, p. 237; doc. 2663, p. 237.
[9] Cfr. G. MELONI, Il Parlamento di Pietro IV d’Aragona (1355), Roma, 1993, p. 75.
[10] Cfr. A. SOLMI, Studi storici sulle istituzioni della Sardegna nel medioevo, Cagliari, 1917, p. 429.
[11] Cfr. P. TOLA, Codex Diplomaticus Sardiniae, op. cit., II, sec. XIV, doc. CL, pp. 817-861, p. 856.
[12] Cfr. A. BOSCOLO, La politica italiana di Ferdinando I d’Aragona, in Studi Sardi, voll. XII-XIII, (1952-1954), pp. 70-254, p. 152.
[13] Cfr. V. ANGIUS, in G. CASALIS, Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il re di Sardegna, op. cit., vol. I, p. 477.
[14] Cfr. F. LODDO CANEPA, Lo spopolamento della Sardegna durante le dominazioni aragonese e spagnola, Roma, 1932.
[15] Cfr. F. CORRIDORE, Storia documentata della popolazione del regno di Sardegna (1479-1901), seconda edizione, Torino, 1902, p. 126.