I primi scavi
Questa esperienza fu decisiva per lo studioso, infatti poté dedicarsi completamente agli scavi archeologici con grandi risultati. Scavò a Nora presso la tomba di S. Efisio. Osservando i reperti provenienti dal nuraghe Piscu di Suelli in Trexenta, stabilì che la funzione primaria dei nuraghi era quella di luoghi di abitazione.
Il primo scavo lo Spano lo effettuò a Ploaghe nel 1846, in una località chiamata Truvine (la Trabine delle Carte di Arborea) situata nel territorio tra Ploaghe e Chiaramonti: con l’aiuto della madre e di Salvatore Cossu, chiaramontese e rettore di Ploaghe (è l’unico rettore sepolto nel camposanto vecchio di Ploaghe), furono rinvenute 35 monete di bronzo di età repubblicana, fino all’età di Augusto, quattro statuine di Cerere col modio, di Bacco e di Satiri, lucerne col bollo di C. Oppius Restitutus, e un pavimento in opus signinum[1].
Nel 1847 intraprese gli scavi a Lanusei dove furono rinvenuti idoletti fenici, e poi ancora a Teti, Oschiri, Bisarcio, Ploaghe, Terranova (l’antica Olbia) e Cagliari.
L’anno successivo, dopo la cacciata dei Gesuiti, lo Spano interruppe le ricerche archeologiche per poter difendere la sua prebenda di Villaspeciosa. Contemporaneamente, sospesa la stesura del Vocabolario, iniziò a prepararsi a pubblicare “qualcosa di archeologia”: una Notizia sull’antica città di Tharros (tradotta in inglese nel 1852 per la British Archaelogical Society), la Memoria sull’antica città di Truvine, la Lettera sul riso sardonico.
Nel 1850, durante il Congresso Generale dei Vescovi e dei Vicari Capitolari dell’Isola, celebrato ad Oristano per affrontare la difesa delle prerogative dei vescovi e dei preti, delle decime ecclesiastiche, e delle proprietà ecclesiastiche che stavano per essere espropriate, lo Spano decise di partecipare alla riunione con l’intento di effettuare uno scavo a Tharros. Da Oristano, accompagnato dal presidente del tribunale, cav. Pietro Ena, dagli avvocati Antonio Maria Spano e dal giudice N. Tolu, si reca a Tharros ed avvia gli scavi. Gli scavi tuttavia furono tormentati dal maltempo, tanto che scriverà lo Spano alcuni anni dopo quasi le ombre dei morti fossero sdegnate contro di me perché disturbava il loro eterno riposo.[2] Furono effettuate delle scoperte straordinarie presentate l’anno successivo su una monografia su Tharros (Notizie sull’antica città di Tharros). La notizia dei ritrovamenti di scarabei e di gioielli si diffuse velocemente fra gli abitanti di Cabras, di Nurachi, di Nurri, di Seneghe e Santu Lussurgiu ed iniziò una vera e propria California, una corsa all’oro.[3] Quando il Governo decise di intervenire e bloccare gli scavi, erano già nate straordinarie collezioni di gioielli, di oggetti, di antichità che confluirono in parte nell’antiquariato arborense e in alcune raccolte oristanesi, e nell’antiquariato di Cagliari.
Nel 1852 rifiuta la proposta del Ministro della Pubblica Istruzione Luigi Cibrario di presiedere il Consiglio Universitario di Cagliari e pubblica Memoria sull’antica Truvine.
Nel 1853, l’anno delle esplorazioni geologiche, presso il nuraghe Nieddu, nell’altopiano di Coloru a Ploaghe, intraprese dal gen. Alberto Della Marmora e dal gen. Giacinto di Collegno nel 1853, lo Spano pubblicò la Lettera sul riso sardonico, mentre del 1854 è Memoria sopra i nuraghi della Sardegna.