La glorificazione di Ploaghe
Il 1858 è l’anno decisivo per la glorificazione di Ploaghe. Come lo stesso Spano afferma: nei ritagli di tempo io metteva in ordine un codice sardo che mi era capitato fra le mani, del secolo XV, che conteneva le leggi doganali e marittime di Nicolò Doria colla cronaca dello storico publiese Francesco De Castro intorno alla città di Plubium, piena di tante notizie patrie estratte da due autori antichi Sernesto e Severino che vissero negli ultimi tempi della Repubblica Romana.[1] Questa falsa cronaca, che si trova all’interno del Codice Cartaceo n. XIII,[2] è da inserirsi nella delicata questione sulle cosiddette carte di Arborea che circolarono in Sardegna tra il 1845 ed il 1866.
Si tratta di codici, pergamene, documenti vari, in versi o prosa, che si riprodussero sulla piazza del mercato di antiquariato, e pare venissero compilate nel convento di Santa Rosalia a Cagliari da personaggi piuttosto misteriosi, e da persone autorevoli nel panorama intellettuale sardo e piemontese, e vendute poi da un religioso di Oristano, il frate Cosimo Manca, il quale affermava che si trattava di documenti provenienti dagli archivi del giudicato di Arborea ad Oristano, e che erano stati salvati perché trasportati in un palazzo, posto di fronte nella piazza Arborea, prima che un incendio distruggesse la casa giudicale.
Naturalmente lo Spano appena si trova per le mani il codice, non crede ai propri occhi. Finalmente può dimostrare quello che aveva sempre sostenuto. L’antica città romana di Plubium è la sua adorata Ploaghe. Egli stesso racconta che da ragazzo, durante le vacanze universitarie, che in Sardegna erano le più lunghe, si recava a Ploaghe ed esplorava il territorio: si arrampicava nei nuraghi, frugava, spesso in compagnia della madre alla ricerca di reperti, sperando di trovare le stesse cose che erano state trovate a Turris Libisonis. Attraverso questo documento quindi, la tradizione gloriosa di Ploaghe non avrebbe avuto niente da invidiare a quella delle altre città che ebbero vita fiorente durante l’impero romano.
Il codice in questione iniziava con la frase Patria mea charissima Publium. Civitas Plubii. Memoria antique civitatis Plubii que in rustico sermone dicebatur a plebe pluvaca o plovacensis. Inoltre il manoscritto era firmato da Franciscus de Castro Plovacs, che lo Spano intende come Plovacanus o Plovacensis.
Quindi ha la dimostrazione della vera esistenza di Plubium ma, soprattutto, della identificazione dell’antica città romana con la sua amata Ploaghe, sede sin dal 1090 della diocesi medioevale di Plovake o Plavake.
In questa falsa cronaca il Decastro descrive minuziosamente la storia di Ploaghe. Ci dice che Plubium era una ricca e fiorente città romana, il confine territoriale era rappresentato da tre nuraghi: il nuraghe Surzaga, il nuraghe de Attentu e il nuraghe de Planu. Era anche una città fortificata, cioè cinta da mura e torri. Aveva tre templi ed un anfiteatro costruito, nella vallata che si estende ai piedi della collina su cui sorge il nuraghe Attentu, da un architetto sardo, Marco Peducio. Possedeva una florida e ricca agricoltura e pastorizia, e si distingueva soprattutto per la produzione di formaggi di latte di vacca, per il burro, che lo Spano chiama butirro, e che, per la qualità rispetto a quello prodotto nelle altre località dell’isola, era richiesto dai romani che angariavano i padroni pastori di Plubium. Gli uomini, forti e valorosi, erano adatti per la guerra. Alcuni praticavano le scienze, altri le arti, altri ancora la marcatura soprattutto nella lana che vendevano ai popoli iliesi, che come gli etruschi, preferivano il vestiario di lana a quello di pelle.
Inoltre nel manoscritto compaiono un gran numero di personaggi, Arrio, Plubio, Plubicio, Sarra (alcuni di questi sono stati inseriti nella toponomastica di Ploaghe).
Purtroppo, anche lo Spano credette senza riserve all’autenticità del manoscritto. Il suo ottimismo era avvalorato dal gran numero di reperti romani rinvenuti in territorio di Ploaghe: in prossimità del nuraghe Attentu, dove secondo la cronaca era situata l’antica città di Plubium e, presso il nuraghe Truvine dove sarebbe esistito il borgo romano di Trabine. Tuttavia, bisogna affermare che sicuramente anche i falsari dovevano essere a conoscenza dei numerosi ritrovamenti in territorio ploaghese effettuati dallo Spano, e sicuramente è proprio sulla base di questi fatti che devono aver intrecciato una storia così minuziosa nei dettagli.
Pertanto nel 1859 lo Spano pubblica il manoscritto in una monografia, e più tardi, nel 1863, in appendice al Bullettino Archeologico Sardo.[3]
Ritornando all’archeologia, è negli anni del Bullettino che Giovanni Spano fece dono, della propria collezione di monete e medaglie al Museo Archeologico di Cagliari, di cui divenne direttore nel 1875.
[1]Cfr. G. SPANO, Iniziazione…, op. cit.
[2]Cfr. E. LODDO CANEPA, Dizionario Archivistico della Sardegna (voce Carte d’Arborea), in Archivio Storico Sardo,XVIII, 1929-1931, p. 367.
[3]Cfr. G. SPANO, Testo ed illustrazioni di un Codice cartaceo del XV secolo contenente le leggi doganali e marittime del porto di Castel Genovese ordinate da Nicolò Doria e la fondazione e storia dell’antica città di Plubium, Cagliari, 1859.