Chiesa di San Pietro Apostolo

 

 Veduta della facciata

 

La chiesa di San Pietro, citata nel condaghe di San Pietro di Silki come Sanctu Petru de Plovake o de Plovaki, è stata cattedrale della diocesi medioevale di Ploaghe dal 1090 all’8 dicembre 1503, quando con bolla Aequum reputamus il papa Giulio II la unì, con quella di Sorres, all’Archidiocesi di Torres. L’intitolazione a S. Pietro Apostolo è attestata dalla scritta in latino presente nel timpano della facciata: Divo Petro apostolorum principi sacruum .

Sorge nell’area dell’antica cattedrale bizantina, tra gli oratori di Santa Croce e del Rosario, ed è delimitata sul lato sinistro dal palazzo rettorale e di fronte dalla casa del Comune. L’impianto, risalente al XV secolo, era a due navate, alle quali, nel 1687-1690, con un ricco legato del rettore Giovanni Battista Madau di Ploaghe (Angius, 1847) sulla destra, il rettore Giommaria Solinas fece aggiungere una navata laterale simmetrica alla prima, ad archi a tutto tondo.

 

  Comune

Casa rettorale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Navata destra

Navata sinistra

 

Vennero restaurati anche la navata centrale, sopraelevata sino ad una altezza di 19 metri, il campanile a cuspide, e aperta una porta laterale, attualmente murata, che permetteva l’accesso al zimitoriu, il cimitero dei bambini. Soltanto la navata laterale sinistra, dalla parte del campanile, ha conservato i suoi primitivi archi a sesto acuto (Della Marmora, 1860). Secondo Gavino Spanedda, nel perimetro dell’antica chiesa di San Pietro sorgevano altri due edifici minori dedicati a S. Anna e a S. Barbara, collocati nell’area cimiteriale sino ai secoli XVII-XVIII. In pieno periodo Sabaudo, nel 1741, il rettore Raimondo de Quesada apportò ulteriori modifiche: fece ingrandire il vano della chiesa prolungandolo  dalla quarta colonna, e fece rifare la facciata. Nel 1871 furono rinforzati i pilastri e, nel 1920, il pavimento in ardesia e marmo fu sostituito da uno in marmo.

 

 

 

Altare

 

 

In tempi più vicini, negli anni 1955-1956 e 1965-1966, l’interno ha subito ulteriori modifiche: il pregevole coro semicircolare in legno intarsiato settecentesco fu restaurato; rimossi invece  il tabernacolo, l’altare maggiore, sostituito con uno di marmo, il trono episcopale, il pulpito e il battistero in marmo e legno intarsiato. Anche le otto cappelle laterali hanno subito modifiche nella struttura. È stato perduto per sempre invece il mezzo busto dell’Ecce Homo, (apprezzato dal Della Marmora), durante il restauro della sacristia.

 

 

Veduta del campanile

 

 

Il campanile ottagonale, danneggiato da un fulmine il 19 ottobre 1859 (Rettore Cossu, 1859) che ospita al suo interno tre campane, si innalza dietro l’abside.

Da una scala esterna, posta sul lato destro della facciata, si accede alla stanza dove è alloggiato il meccanismo dei due orologi posti, uno per parte, sulla facciata di Cheia Manna.

 

 

La scala esterna

 

 

Il meccanismo dell'orologio

 

 

Nella memoria del paese il funzionamento di su rolozu ‘e cheja è legato alla persona di Giuanninu su mudu che per tanti anni ne ha curato la manutenzione. Questo importante servizio, dovuto alla contribuzione della chiesa e di privati, per opera di un artigiano di Osilo, fu attivato nel 1873.

 

 

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Sardu